I dialoghi di Cammino Libero

MASSIMO MANAVELLA – RIFUGISTA, GESTORE DI RIFUGIO ALPINO

Massimo Manavella da quasi due decenni gestisce il rifugio Selleries, situato in Val Chisone nelle Alpi Cozie a quota 2.035 mt. , uno dei pochissimi rifugi aperti 365 giorni l’anno.

Ogni mattina apre le porte del Rifugio esercitando la non facile ma preziosa arte dell’accoglienza. Una professione che Manavella pratica con dedizione, presidiando il territorio e mettendo insieme tutte le competenze frutto di una trentina d’anni di frequentazione, attività sportiva e lavori nelle Alpi Piemontesi.


Massimo Manavella è nato a Bagnolo Piemonte nel 1969.

E’ residente a Ostana in valle Po ma di fatto ha scelto di vivere in alta montagna seguendo la vocazione di rifugista.

Prima dell’attuale gestione del rifugio Selleries ha lavorato a Pian Munè in Val Po per più di cinque anni, ha fatto una stagione estiva al rifugio Lago Verde in Val Germanasca e una all’albergo di Pian del Re.

Nell’autunno del 2000 ha iniziato a collaborare alla gestione del rifugio Willy Jervis in Val Pellice a fianco di Robi Boulard sperimentando il lavoro ininterrotto in rifugio per tutto l’anno.

Dal 2005 è iniziata l’esperienza di gestore del rifugio Selleries.


Massimo, la prima domanda trae spunto da un’intervista che hai fatto al Manifesto nel maggio 2020 durante il Covid. Hai definito un rifugio in alta montagna come “Siamo un punto di mondo che si pone lungo il confine dell’incerto”, mi puoi descrivere meglio questa intrigante espressione?

Dal mio punto di vista siamo al confine tra il mondo dove abitualmente vivono gli esseri umani e il mondo dove gli esseri umani sono ospiti, siamo sul confine dell’incertezza. A me capita spesso di dover spiegare a persone che frequentano il rifugio la necessità di valutare con attenzione i cambiamenti meteorologici o più banalmente come approcciare le greggi che si possono incontrare sui sentieri di montagna. Ai più è un mondo sconosciuto, noi lo rendiamo accessibile, siamo un po’ i custodi delle faccende umane in un posto dove gli uomini vengono ma poi se ne vanno, un luogo in quota dove trovano tutta l’attrezzatura necessaria per trascorrere qualche giorno per poi tornare giù dove c’è il mondo quotidiano.

Guardando in particolare al Selleries, il nostro “essere al confine” cambia molto con l’avvicendarsi delle stagioni, molte persone non si rendono conto che con l’inverno e le giornate molto corte lo scenario si modifica radicalmente e la menzionata incertezza aumenta in modo significativo.

Qual e’ in termini numerici la frequentazione del rifugio? Durante l’inverno ricevete delle visite?

L’estate indubbiamente, per una serie di ragioni, è la stagione in cui la frequentazione del rifugio è più alta. Quello che notiamo ormai da parecchi anni è però un cambiamento di approccio da parte di molte persone che vivono la montagna con nuove prospettive e aspirazioni. Posso dire con certezza che una domenica di bel tempo a gennaio e una a luglio possono garantire lo stesso numero di frequentatori del rifugio.

L’altra tendenza, che quest’anno vedrà una conferma tangibile, è la smentita del mito della strada aperta al transito dei mezzi motorizzati. In realtà è un falso mito, le persone si muovono sempre più a piedi, il rifugio è molto frequentato in questo periodo anche se la strada è chiusa per lavori di ripristino. E’ una propensione che è aumentata dopo il Covid confermando quello che personalmente sostengo da tempo. A titolo di esempio, sabato sera abbiamo 63 persone prenotate per la notte e sabato sera si salirà al rifugio solo a piedi.

Se dovessi trovare una ragione a questo cambiamento di approccio, oltre agli effetti della pandemia, penso sia cambiato il concetto di turismo di prossimità…più attrattivo in un periodo come questo di grande incertezza.

Immagino che “non tutto sia rosa e fiori”…come affrontate la cosiddetta gestione delle “magagne”? Che tipo di abilità deve avere un rifugista?

Secondo me devi essere duttile, cercando di capire nel più breve tempo possibile qual è la cosa giusta da fare. Un rifugista deve avere un minimo di competenze/conoscenze su tutto evitando di accanirsi contro la malasorte quando c’è un problema da risolvere.

Un mio carissimo collega, Mario Sorbino del rifugio Geat Val Gravio, aveva coniato la definizione del “generico” che si adatta benissimo al profilo del rifugista. Un termine che deriva dal teatro, il generico è la figura presente a tutte le prove teatrali, non conosce perfettamente tutte le parti ma riesce a destreggiarsi nel caso si debba sostituire un attore riuscendo sempre a cavarsela in tutte le situazioni.

Concretamente bisogna saper cucinare, intervenire se c’è un problema elettrico, andare a battere la neve con il gatto delle nevi. Un grande alpinista non è detto che sia un buon rifugista, la passione per la montagna è ovviamente fondamentale altrimenti non staresti qui 365 giorni all’anno ma non servono i fenomeni …servono piuttosto le persone concrete con i piedi per terra.

Un rifugista deve avere rapporti consolidati con una rete di persone esperte in valle con cui potersi confrontare anche solo telefonicamente nel caso in cui non siano in grado di salire. Una soluzione a qualsiasi tipo di problema alla fine si riesce sempre a trovare.

Rifugio Selleries in versione invernale

Quante persone lavorano al Selleries?

Dipende dai periodi. L’anno scorso in estate eravamo in tredici, nella stagione estiva il numero oscilla sempre tra dodici e quindici persone. In inverno, a ridosso dei fine settimana, siamo in cinque/sei. Durante le settimane invernali, a meno che ci siano dei gruppi, sono sufficienti due/tre persone.

In estate, dovendo garantire continuità di servizio, il numero di persone aumenta in modo significativo dovendo anche gestire i riposi e tutte le esigenze legate agli ambienti lavorativi.

Nel recentissimo film documentario “Lassù tra le nuvole”, realizzato per conto di Geo e Rai3 dal regista documentarista Michele Tamietto, si racconta un anno di vita in alta quota dove spicca il rifugio Selleries, la tua figura e quella del gruppo di persone che lavorano nel rifugio. Qual è la forza del gruppo, o meglio della “banda”, e perché i ragazzi e ragazze ritornano a lavorare in rifugio?

Paradossalmente noi qui al Selleries non abbiamo tante preoccupazioni di trovare ragazze e ragazzi desiderose/i di venire a lavorare in rifugio, contrariamente alla tendenza generale che racconta grandi difficoltà a reperire personale nel campo della ricettività turistica. Fortunatamente non ho necessità di mettere annunci, la banda quasi si rinnova da sola tutti gli anni, ci sono persone più stabilmente presenti ma anche nuovi arrivi nella cerchia di amici o conoscenti o parenti di coloro che hanno sperimentato il lavoro in rifugio.

Nel tempo ho riscontrato un progressivo ringiovanimento dell’età media della banda. Giovinezza significa freschezza, entusiasmo ma anche disponibilità a modellarsi e adeguarsi a quello che si trova e tutto ciò secondo me è una chiave vincente del gruppo o meglio della banda che gestisce il Selleries.

Il gestore in questo scenario avrà un suo ruolo o sbaglio?

L’ambiente credo sia accogliente anche se le ore sono tante e non si può scendere in valle quando si vuole. C’è la possibilità che qualcuno sperimenti e non se la senta a proseguire in questo lavoro, anche questo è pur sempre un modo di mettersi alla prova in un contesto diverso da quello abituale.

Una storia particolare legata alla banda è quella di Marta Aidala, autrice del bellissimo libro “La strangera”. Ti va di parlarne?

Marta è stata al Selleries per un anno e mezzo, per lei era la prima esperienza di vita fuori casa. Una volta “atterrata” qui in rifugio non è più scesa.

Il libro di Marta è una sorta di relazione romanzata di quello che ha vissuto qui. Lei da buona scrittrice si annotava tante frasi, discorsi che ascoltava in rifugio e che hanno influenzato la trama del libro.

La strangera al Selleries era lei, lei si sentiva veramente una straniera e ha visto e vissuto tutto con gli occhi dell’estraneo, del forestiero che deve sintonizzarsi con un mondo che non conosce. E’ stata molto brava a scrivere un libro con una narrazione fresca e vera e si merita tutto il successo che ha avuto.

Personalmente, dopo l’uscita del libro, ero restio a divulgare l’antefatto che la sua opera nasceva dall’esperienza nel nostro rifugio e mi è piaciuto il fatto che la storia di Marta al Selleries sia trapelata poco a poco.

Mi spieghi meglio dove nasce la volontà di tenere aperto il rifugio tutto l’anno? Dopo quasi vent’anni il desiderio di vivere in alta montagna è rimasto immutato?

Il mio percorso di crescita è passato da una prima esperienza negli alberghi, poi mi sono avvicinato al mondo dei rifugi più incline alle mie aspettative.

Parallelamente ho sempre praticato le attività in montagna quali arrampicata, sci alpinismo etc… con la consapevolezza che mancava un pezzo, non mi bastava trascorrere il weekend in montagna ma avevo bisogno di andare più in profondità senza l’assillo di dover tornare giù in valle. Il lavoro di rifugista, soprattutto quando gestisci una struttura che riesci a tenere aperta tutto l’anno, ti consente di cogliere quell’obiettivo, come spesso mi capita di dire “di non doverti preoccupare di tornare giù“.

Io non vivo in montagna, non vivo per la montagna, io vivo con la montagna.

Vivo in simbiosi con la montagna, vivo tutte le stagioni, mi adeguo agli umori più o meno mutevoli a cui questa professione mi chiede di adeguarmi e il desiderio di vivere in alta montagna è sempre immutato.

Il concetto di sapersi adeguare alla natura e alla montagna in questo lavoro è fondamentale, soprattutto considerato il fatto che siamo all’interno di un parco naturale.

Oggi all’essere umano spesso manca la consapevolezza che la natura non è un concetto astratto ma la natura siamo noi e dobbiamo sapere adeguarci ad essa.

Sui post del rifugio leggiamo molte bellissime poesie. So che Jim Morrison è stato uno dei tuoi ispiratori…

La passione per Jim Morrison si è evoluta esattamente come si è evoluto il mio approccio verso la montagna.

Jim Morrison inizialmente era “solo“ la voce e l’uomo immagine dei Doors e poi ho scoperto nel tempo che lui aveva scritto un libro di poesie di oltre cinquecento pagine.

E’ stata una sorta di rivelazione che ha dato voce alla mia passione per la poesia con cui mi cimento da tempo. C’è una mia pagina su Facebook che si intitola “Mac de pan“ dove raccolgo tutte le mie poesie. Il titolo richiama l’importanza del pane (e di riflesso l’importanza della poesia per l’autore, n.d.r.), a volte viene un po’ trascurata mentre ha una valenza enorme. Qualsiasi paese in cui vai il pane è diverso e richiama spesso le tradizioni, la storia e cultura locali.

Il lago del Laus sopra il rifugio

Voi vivete in prima persona il cambiamento climatico, vedi il prolungato periodo di siccità vissuto alcuni anni fa. Qual e’ il tuo punto di vista? Timori per l’agibilità del rifugio in futuro?

Sul cambiamento climatico, ad essere onesti, ho già cambiato opinione più volte.

Fino a metà febbraio del ’24 ero fermamente convinto che non si sarebbero mai più viste le nevicate di un tempo né le bellissime fioriture che arricchivano le nostre conche prative, ritenevo che ormai fossimo entrati in un’epoca di scarse precipitazioni e di siccità. Il cambiamento climatico sembrava essere un dato di fatto, la dimostrazione tangibile era stata la chiusura del rifugio nel 2023 per circa quaranta giorni a causa della totale mancanza di acqua.

L’anno scorso abbiamo avuto la coda dell’inverno con precipitazioni enormi, una estate abbastanza piovosa con il ritorno di verdi praterie. L’ultimo inverno ci sono state sufficienti precipitazioni e anche in primavera ha piovuto parecchio garantendoci una buona disponibilità d’acqua.

Un’opinione precisa non ce l’ho, non ho più certezze.

Stiamo assistendo ad un’inversione di tendenza? Avremo nei prossimi anni una piccola glaciazione della catena alpina a causa dei mutamenti della corrente del golfo come asserisce un climatologo tedesco?

Il dato certo è che, fortunatamente, dopo tre inverni di grande siccità nel 2021, ‘22 e ’23 nelle ultime due annate abbiamo tirato il fiato. Noi dipendiamo dall’acqua in tutto e per tutto, con l’acqua produciamo l’energia elettrica e quindi per noi è vitale per la prosecuzione dell’attività.

Nella tua lunga esperienza di gestore di rifugio avrai vissuto tante situazioni e storie interessanti. Mi puoi raccontare un paio di episodi che hanno “lasciato il segno” ?

In tempi relativamente recenti, gennaio 2024, ho vissuto un episodio con un lieto fine che mi è piaciuto molto anche se ha destato molta preoccupazione. Un gruppo molto numeroso di persone dopo una “cena della luna“ rientrando a Pra Catinat dovette affrontare il cammino sulla pista completamente ghiacciata. Una guida mi chiamò a notte fonda per avvisarmi di una caduta che aveva causato fratture a una signora, l’impossibilità di spostarla e di chiamare sul posto i soccorsi. Raggiunto il luogo decisi di intervenire prendendola in braccio e riuscendo a trasportarla con il mio mezzo a Pra Catinat dove era sopraggiunta l’ambulanza.

Aveva femore e spalla rotte a causa di problemi di fragilità ossea, per fortuna il mio intervento senza barella non aveva procurato ulteriori danni. La signora oggi è tornata a camminare in montagna.

Un’altra vicenda è legata al salvataggio di una mucca che era scivolata su una piccola cengia non lontana dal rifugio. Per evitare che precipitasse abbiamo creato un ancoraggio da via alpinistica mettendola in sicurezza. Il 118 è intervenuto con l’elicottero, sono riusciti a sollevarla utilizzando la nostra imbragatura e sollevandola hanno depositato la mucca viva e vegeta sul piazzale davanti al rifugio.

La morale di questi episodi è che può capitare di tutto e nei modi più strampalati. Per fortuna, al di là dei protocolli e canoni di sicurezza, in qualche maniera riusciamo sempre a intervenire e nella stragrande maggioranza dei casi veniamo sempre a capo dei problemi.

4 commenti

  • Renata Pataro

    Grazie Paolo, attraverso questa e altre interviste noi lettori ci avviciniamo a mondi più o meno conosciuti da lontano, con rispetto, curiosità e ammirazione. Del rifugio Selleries seguo il profilo su fb e ogni volta che avviene qualcosa di meteorologicamente inaspettato corro a vedere immagini pubblicate e spesso corredate da frasi poetiche o parti di testo di canzoni e mi immergo nella natura silenziosa e maestosa che questi post sprigionano!

    • Paolo

      Grazie Renata del tuo prezioso commento, mi fa molto piacere che una persona come te apprezzi i contenuti del nostro sito.
      Spero di rivederti presto in qualche escursione di Cammino Libero.

    • Daniela Frezet

      Non sono mai salita al rifugio Selleries, anche se ho legami paterni con la val Chisone, e se ho in agenda questa gita da anni.
      Intanto vi seguo da un po’ di tempo su Instagram, con curiosità e molto spesso con emozione.
      Ho appena letto questa bella intervista, che mi fa conoscere meglio la banda, e mi fa affezionare a voi sempre di più.
      Grazie, buon lavoro e a presto di persona!

      • Paolo

        Gentile Daniela,

        la ringrazio molto per il suo messaggio, che mi ha fatto davvero piacere.

        Sapere che segue con interesse le attività di Cammino Libero e che l’intervista le abbia permesso di conoscere meglio il rifugio e le persone che lo animano è una grande soddisfazione. Uno degli obiettivi di questi incontri è proprio quello di raccontare non solo i luoghi, ma anche le storie, le passioni e l’umanità che li rendono speciali.

        Mi fa sorridere sapere che il Selleries sia nella sua lista da così tanto tempo: spero che l’occasione giusta arrivi presto e che possa finalmente salire a scoprirlo di persona. Con i suoi legami con la Val Chisone, sarà sicuramente un incontro ancora più significativo.

        Grazie ancora per le sue parole gentili. Le auguro tante belle camminate e spero davvero di incontrarla presto sui sentieri.

        Un caro saluto,
        Paolo Aimaretti

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