I dialoghi di Cammino Libero

PAOLA FAVERO – ALPINISTA, SCRITTRICE E FORESTALE

Paola Favero è una testimone autorevole dei disequilibri che caratterizzano il tempo dell’Antropocene, l’attuale era geologica in cui gli esseri umani hanno un impatto enorme su tutto l’ecosistema terrestre.
Un ecosistema messo in crisi dal riscaldamento globale e dalla distruzione della biodiversità.
Nel dialogo partiamo da riflessioni e spunti legati al suo ultimo libro “Perdere l’equilibrio” con una focalizzazione sulla crisi che stanno attraversando le foreste e le montagne perchè la crisi ecologica e culturale che stiamo vivendo le sta travolgendo.
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Paola Favero è un’appassionata alpinista, scrittrice e forestale, già comandante del Distretto Forestale di Agordo e dell’Ufficio per la Biodiversità di Vittorio Veneto del Corpo Forestale.
Oltre ad una ventina di libri legati alla montagna, tra cui racconti per ragazzi, libri naturalistici e di alpinismo, raccolte di antiche leggende cimbre e ladine, ha pubblicato decine di articoli, tenuto convegni e conferenze sulla montagna, sulle foreste e i cambiamenti climatici, ha partecipato a numerosi servizi televisivi.
Nel 2002 con il libro Il cerchio incantato edito da Cierre si è aggiudicata il premio Bancarella Sport per la montagna.
A marzo del 2019 le è stato conferito il Premio Internazionale ‘Una mimosa per l’ambiente’ assegnato annualmente in occasione dell’8 marzo a una donna che si sia particolarmente distinta nella salvaguardia della natura. Dal 1996 è socia accademica del GISM, gruppo italiano scrittori di montagna.
Nel 2013 ha fondato Insilva, un’associazione di studiosi e artisti impegnata nella divulgazione ambientale.
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Paola, inizierei il nostro dialogo partendo dal tuo ultimo libro Perdere l’equilibrio.
Perchè quel titolo? Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a scriverlo?
Se ci guardiamo intorno, in questi anni di crisi climatica, ma anche sociale, energetica, economica, politica, etica…non possiamo non avvertire che gli equilibri consueti sono sempre più fragili e precari. I disequilibri invece sempre più evidenti, a volte drammatici e incontrollabili. Sempre più spinti alle estreme conseguenze da una velocità che per prima induce disequilibrio all’interno di ritmi naturali non più rispettati.
Eventi estremi climatici, massima espressione di disarmonia, provocano squilibri negli ecosistemi  e nelle società umane, che rispondono con guerre, migrazioni e azioni di sfruttamento che non fanno altro che mettere in crisi l’ambiente naturale ed esacerbare gli eventi estremi.
La crisi climatica va ad esasperare i problemi già innescati dall’esplosione demografica della nostra specie, che ha raggiunto e superato gli 8 miliardi di individui.
A ciò si somma il consumismo sfrenato, spinto alle estreme conseguenze da un sistema economico che sfrutta la Terra più di quanto sia in grado di produrre.
Il primo passo per reagire è rendersene conto, questo è il significato del mio libro dove si parte dalla crisi che stanno attraversando i boschi per ampliare l’orizzonte, grazie al contributo di diversi studiosi, sui vari squilibri che caratterizzano il tempo dell’Antropocene.

Uno dei primi capitoli del libro si intitola Il rumore di fondo. A quale rumore fai riferimento?
Negli ultimi anni un disturbo quasi indistinto è sempre più presente mentre cammino sui sentieri delle mie montagne o mi perdo nel verde di foreste secolari.
Un cambiamento lento ma costante, all’apparenza quasi inesorabile, legato ai lunghi periodi di aridità sempre più presenti, ai venti fortissimi o alle grandinate mai viste, alle temperature più alte.
La percezione diventa purtroppo realtà quando incontri spesso una mulattiera franata o numerosi alberi caduti a bloccare la via, ma anche quando si vedono ghiacciai completamente cambiati come nella salita classica italiana al Monte Bianco dal rifugio Gonella, con quest’ultimo spesso già chiuso a metà luglio per la mancanza d’acqua o la via impossibile da salire per gli enormi crepacci.

Casi emblematici, di ben altra portata e spesso narrati dalla cronaca, sono quelli delle terribili inondazioni e smottamenti che hanno colpito l’Emilia Romagna, Ischia, la Toscana o quello del ghiacciaio della Marmolada crollato improvvisamente nel luglio 2022 causando la morte di 11 persone.

Ma anche sulle vostre montagne già nel luglio del 1989 avevamo assistito ad un drammatico evento glaciale quando gran parte del ghiacciaio sospeso di Coolidge, sul versante Nord del Monviso, precipitò a valle espandendosi nell’area di un lago sottostante (lago Chiaretto, n.d.r.).
Solo una fortunata circostanza, ovvero il crollo avvenuto di notte, evitò conseguenze alle persone; quello fu un primo significativo segnale collegabile al riscaldamento climatico.

Se oggi guardiamo alle piante notiamo un diffuso malessere che interessa i nostri boschi, costretti ad adeguarsi alle mutate condizioni climatiche.
Le chiome dei larici, una delle specie più resistenti al freddo e ai venti, spesso già a fine estate si presentano color castano invece che giallo oro, e gli aghi cadono ben prima del consueto.
Gli abeti subiscono massicci attacchi di insetti e funghi.
Non è ormai sorprendente vedere boschi con piante ancora verdi in dicembre, addirittura con gemme pronte ad aprirsi o foglioline appena nate.
Sia sulle Alpi che sugli Appennini questo sinistro “rumore” di fondo, silenzioso ma subdolo percorre valli e montagne, boschi e praterie minando l’armonia che da sempre respiravamo in montagna e negli ambienti naturali.

La tempesta Vaia ha avuto un grande impatto sull’immaginario collettivo per la devastazione che ha generato.
Possiamo approfondire le cause al netto di spiegazioni approssimative o addirittura errate che più di sei anni fa hanno accompagnato questo fenomeno climatico estremo? Cosa ci ha insegnato questo evento catastrofico per le nostre foreste?
La tempesta Vaia, che ha distrutto circa 45.000 ettari di bosco, ha confermato per la prima volta l’evidenza concreta, perfino dolorosa, che quel cambiamento climatico che da decenni si paventavae che da anni io studiavo cercando di fare educazione ambientale era già qui e stava modificando rapidamente gli ecosistemi attorno a noi.
Intere foreste sono cadute, equilibri millenari si sono improvvisamente rotti così come è stata superata la capacità di questi ecosistemi di opporsi alla violenza del vento, è stata minata la loro resilienza.
Un vento che sulle Alpi del Nordest ha raggiunto velocità medie di 140 km/h con raffiche fino a 217 km/h, numeri mai registrati e documentati prima su territori così vasti.
L’evento è stato causato da una saccatura, cioè una profonda area di bassa pressione che dal nord Europa è scesa fino al Mediterraneo restando poi bloccata là a causa di due aree di alta pressione sui Balcani e sulla penisola iberica. Questa saccatura ha iniziato  a girare sopra il Mediterraneo che era di 2-3 gradi più caldo del normale, caricandosi di umidità che ha poi scaricato prima sulla Liguria e poi sul Nord est, colpito quest’ultimo anche da venti violentissimi figli delle forti differenze di pressione (sulla terra c’era infatti un’area di alta pressione con temperature anormalmente alte per il periodo) e aumentati poi da altri fattori come l’orografia delle valli.
Su Vaia la comunicazione è stata molto superficiale e spesso distorta. Si è attribuita la causa di tanti danni alla mancanza di gestione dei boschi, alla massiccia presenza di abeti rossi dimenticando il fatto che alcuni dei boschi caduti erano tra i più seguiti dell’intero Nordest e che la violenza del vento aveva fatto cadere anche altre specie di alberi.
Invece di andare al cuore del problema cambiando radicalmente prospettiva  si è preferito investire denaro promettendo di esboscare, rimboschire e riportare tutto come prima, dimenticando che erano caduti interi ecosistemi che nessuno avrebbe potuto ricostruire.
In molti casi Vaia è diventata una scusa per nuove speculazioni, sono state costruite migliaia di strade e piste forestali, spesso del tutto inutili o addirittura negative per la stabilità dei versanti.
Vaia poteva essere un’occasione di ripartenza, incentivando giovani nella nascita di ditte di esbosco, segherie, imprese di lavorazione.
Si è preferito invece privilegiare l’intervento di ditte estere e grandi multinazionali che si avvalgono di macchinari molto efficienti ma altrettanto invasivi.
Vaia purtroppo ha in molti casi incentivato le logiche di massimizzazione del profitto che anche in futuro rischiano di sostituire velocemente la gestione naturalistica delle foreste sacrificando la cultura millenaria dei boschi.
Un paradosso a due facce, da una parte la necessità di salvaguardare i boschi dal cambiamento climatico, dall’altra una nuova selvicoltura che considera il bosco una merce asservita alla logica del profitto.

Località Bosco Verde, Rocca Pietore, dopo la tempesta Vaia

I boschi in fiamme sono un altro fenomeno distruttivo che appare ormai incontrollabile, vedi i recentissimi incendi in California.
Siamo di fronte a un problema che non possiamo evitare?
Negli ultimi anni abbiamo colto molti segnali preoccupanti in merito.
L’ampiezza sempre maggiore degli incendi, la loro intensità e la difficoltà di contenerli e spegnerli, complice il riscaldamento globale con le sue alte temperature, la siccità che crea grandi masse di materiale secco a terra e i forti venti.
Gli incendi sono causati in larga parte dall’uomo, solo l’1-2% sono provocati da cause naturali, in primis i fulmini.
Gli incendi boschivi, sempre più violenti ed estesi, colpiscono ogni anno non solo l’Italia ma tutti gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo.
Una delle cause principali sono state le politiche forestali degli anni sessanta quando per esempio in Portogallo  migliaia di ettari di leccete e sugherete, piante notoriamente resistenti agli incendi, sono stati sostituite da pini marittimi ed eucalipti. Quest’ultime sono piante più redditizie per la produzione di cellulosa e ad accrescimento più rapido ma anche altamente infiammabili e pochissimo resilienti.
Se usciamo dall’area Mediterranea possiamo osservare incendi di dimensioni mai viste, il caso recente della California è emblematico con distruzione di moltissimi ettari di bosco ma anche di case e centri urbani.
La distruzione di superfici immense a causa del fuoco interessa ormai tutti i continenti, dall’Amazzonia all’Africa, dall’Australia alle foreste siberiane.
Il fenomeno purtroppo è ormai globale, caratterizzato da alcuni aspetti quali l’intensificazione della diffusione delle fiamme dovuta agli estesi periodi di siccità, lunghi periodi di rischio incendi meno legati alle stagioni consuete, maggiori zone ad elevato rischio incendi anche per l’uso scorretto del territorio.
Quest’ultimo aspetto è visibile nella catena alpina dove, oltre alle criticità menzionate, si è aggiunto l’abbandono delle pratiche tradizionali quali la manutenzione delle zone montane e la gestione delle foreste, sia da parte degli stessi abitanti che delle istituzioni.

Un altro capitolo del tuo libro si intitola “Eserciti di insetti”. Un’altra incognita rilevante per i boschi.
Nelle nostre montagne, a quote non elevate, viviamo il problema della processionaria ma un altro insetto sembra essere ben più pericoloso per i boschi del Nordest…
Stiamo parlando in effetti del “bostrico” (Ips typographus), un terribile coleottero che sta decimando interi popolamenti di abete rosso nelle zone colpite dalla tempesta Vaia.
Molto spesso gli attacchi massicci di insetti sono conseguenza proprio delle due cause di distruzione dei boschi: tempeste di vento e incendi, che devastano gli ecosistemi e li indeboliscono creando le condizioni più favorevoli all’esplosione demografica dei parassiti.
Dopo la tempesta Vaia milioni di alberi schiantati, spezzati, non sono stati in grado di contrastare gli attacchi del bostrico come invece avrebbero potuto fare piante sane e vigorose. Negli ultimi anni però vengono attaccati molti popolamenti a causa dello stesso aumento di temperatura che rende le piante più stressate e deboli.
E’ un fenomeno che interessa tutta l’Europa, caratterizzata da popolamenti forestali dove l’abete rosso è la specie nettamente più presente.
Il fenomeno è poi aggravato dal fatto che, in virtù del cambiamento climatico e delle temperature sempre più alte, il bostrico riesce a fare una o più generazioni all’anno aumentando la sua aggressività.
Tutto è sempre collegato con processi a catena con conseguenze imprevedibili.
I fattori che abbiamo citato prima rendono le nostre foreste sempre più fragili, deboli, soggetti ad attacchi di insetti, funghi e batteri.

Piante colpite dall’Ips typographus (bostrico)

Tagliare boschi, piantare alberi. Una dicotomia apparentemente poco comprensibile.
Qual è il tuo punto di vista in merito?
I boschi e le foreste sono responsabili della salvaguardia dell’80% della biodiversità della Terra, dell’assorbimento di circa il 30% delle emissioni di CO₂ che l’uomo produce.
Altrettanto fondamentale è la loro azione nella formazione del clima, influenzato soprattutto dalla presenza di grandi distese forestali come la foresta amazzonica o quella siberiana.
Boschi e foreste sono fondamentali per la creazione del terreno e delle riserve idriche, per la difesa da frane e valanghe.
A questo servizi ecosistemici si aggiungono poi i molti rimedi medicinali ricavati dalle piante senza dimenticare la funzione turistico ricreativa grazie alla quale è possibile trovare spazi e momenti di benessere.
Tutti questi servizi, di cui il più importante è la conservazione della biodiversità, sono molto più importanti della semplice produzione legnosa del bosco ma purtroppo non sono facilmente monetizzabili.
Si arriva così all’assurdo di dare priorità alla produzione di legna da ardere o di biomassa per le centrali termoelettriche dimenticando tutte le importanti funzioni che svolgono le piante.
L’informazione fuorviante e mirante all’interesse immediato spinge per tagliare i boschi per ottenere energia pulita e rinnovabile. Il quadro è reso poi più confuso con le campagne in atto a piantare alberi in ogni luogo. Quest’ultime sono sicuramente positive e utili ma certamente distolgono l’attenzione dalla perdita di boschi, gli unici deputati realmente a tutelare la biodiversità.
Il nostro impegno è duplice: da un lato piantare alberi con cui rendiamo anche più respirabile l’aria delle nostre città ma dall’altro conservare e proteggere in ogni modo i boschi, rinunciando a profitti maggiori e procurando biomassa solo dagli scarti di lavorazione o dagli alberi morti a causa dell’infestazione di insetti.

L’ultimo capitolo del tuo libro si intitola “Il tempo degli alberi”.
Mi riassumi in poche parole questa visione?
Il tempo degli alberi nasce da una prospettiva forse idealizzata che implica conoscere e prenderci cura dei nostri boschi per quello che sono, non solo per l’utilità che hanno per noi.Solo agendo con questa visione saremo in grado di conservarli e godere dei loro servizi, come fanno i popoli indigeni che vedono la loro esistenza legata in modo indissolubile alla foresta con cui condividono il destino stesso.
Noi invece conosciamo gli alberi sempre meno, alla loro cura si sostituisce lo sfruttamento e alla conservazione il degrado.
Siamo purtroppo usciti dal tempo degli alberi, fatto di lentezza e di ritmi naturali, viviamo in un tempo artefatto dove la velocità domina ogni azione, ogni processo.
Ritornare a quel tempo significa scegliere, progettare, operare per chi verrà dopo di noi, ascoltando le richieste di tanti giovani che ci accusano di lasciare loro in eredità una Terra sempre meno vivibile.

Il viaggio attraverso gli squilibri dell’Antropocene che hai mirabilmente descritto nel tuo libro e sinteticamente ripreso in questo dialogo, riguardo boschi e foreste, lascerebbe ben poche illusioni in un futuro migliore o almeno non peggiore della situazione attuale.
Cosa possiamo fare noi come singoli per non cadere nell’indifferenza e rassegnazione?
Innanzituttonon dobbiamo sicuramente perdere la speranza.Il primo passo è la conoscenza,dobbiamo fermarci a riflettere, rileggere, capire come stanno realmente le cose.
Non è un compito facile in un mondo dove il confine tra vero e falso è sempre più labile ma riaprire gli occhi è un presupposto imprescindibile per orientare le nostre scelte evitando scorciatoie ma imparando ad ascoltare, consapevoli che l’equilibrio può essere ritrovato.



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