I dialoghi di Cammino Libero

Roberto Mantovani – Giornalista professionista, storico dell’alpinismo

Ho avuto il privilegio di dialogare con Roberto Mantovani, uno tra i personaggi più importanti della storia dell’alpinismo e del panorama culturale alpino.
Nell’intervista abbiamo toccato diversi argomenti, una chiacchierata dove emerge una smisurata conoscenza del mondo della montagna e dell’alpinismo ma soprattutto una grande passione riversata nel tempo in tantissimi libri, ricerche, mostre, filmati. Tutte preziose testimonianze che ci aiutano a interpretare e conoscere in modo approfondito il mondo della montagna e dell’alpinismo.

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Giornalista professionista, si occupa da sempre di montagna, praticandola attivamente sia per interesse personale sia per studio e ricerca.
Ha diretto per circa vent’anni anni la Rivista della Montagna, approfondendo in particolare la storia dell’alpinismo europeo ed extraeuropeo e successivamente si è occupato di alcuni numeri speciali di Alp.
Dal 1995 al 2000 ha lavorato al Museo nazionale della montagna, occupandosi del CISDAE (Centro italiano studi documentazione alpinismo extraeuropeo) e dei cataloghi delle mostre temporanee.
Oltre ad aver maturato una lunga esperienza nel settore editoriale, ha pubblicato oltre trenta libri per vari editori. Il suo ultimo titolo, Ciak, si scala! – Storia del film di alpinismo e arrampicata, è edito dal Club Alpino Italiano.
Negli anni ’80 e ’90, ha curato l’intera sezione alpinistica di tre successive edizioni della grande enciclopedia La Montagna della De Agostini.
Per diversi anni è stato collaboratore fisso della trasmissione TGR Montagne di Rai2.
In seguito ha lavorato come free lance, ha collaborato al mensile Montagne 360, ha fatto parte della redazione della collana “Le Montagne incantate” di Repubblica / National Geographic e ha diretto la rivista Camminare.

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Iniziamo il dialogo con una domanda apparentemente banale ma a mio parere importante visto il tuo curriculum professionale. Cosa rappresenta per te la montagna?
Per me la montagna è la dimensione di vita. La mia prima escursione l’ho fatta a tre anni con mio padre alla Conca del Prà che, avendo trascorso i primi anni di vita a Torre Pellice, era per me la prima meta da raggiungere. Da lì è iniziato un innamoramento incredibile che mi ha accompagnato tutta la vita.
Nel tempo la montagna è stata vissuta in vari modi. Da ragazzo l’avventura che realizza il sogno che hai da bambino, poi l’attrazione sportiva quando cominci ad arrampicare, in seguito inizi a capire che può anche essere un viaggio culturale, ricerca storica, fotografia.
Abbiamo la fortuna di avere a disposizione un bellissimo arco alpino, un acrocoro gigantesco che ti permette dei viaggi nel mondo verticale ma anche nella geografia ritrovando condizioni climatiche e ambientali tipiche di differenti latitudini.

Se ti chiedessi di scegliere uno dei tuoi oltre trenta libri che hai scritto sulla montagna, su quale preferiresti soffermarti?
Il mio libro più interessante è “Enigma Himalaya”, scritto con Kurt Diemberger (protagonista di grandi scalate tra gli anni ’50 e ’80). Nel libro raccontiamo la straordinaria storia della scoperta dell’Himalaya, della sua esplorazione geografico-scientifica, del confronto geopolitico tra la Russia zarista e l’Impero Britannico di cui fu oggetto, delle imprese alpinistiche che ne hanno fatto uno dei luoghi simbolo dell’avventura umana.
Per scriverlo abbiamo fatto molte ricerche, abbiamo frequentato in misura diversa (Kurt è un veterano di quelle regioni) l’Himalaya, abbiamo indagato sulle sue “valli nascoste”.
La parte storica dell’Himalaya non era mai stata raccontata in modo compiuto, i francescani arrivano già nel 1200 alla corte di Gengis Khan, nei secoli successivi si avvicendano i gesuiti, i cappuccini…tra i molteplici aspetti di grande interesse di quell’immensa barriera montuosa tra India e Asia c’è anche la geografia segreta dei missionari che hanno frequentato e attraversato quei luoghi.

Tra le innumerevoli esperienze professionali di giornalista e storico dell’alpinismo me ne potresti citare un paio che ti hanno particolarmente coinvolto?
Durante la mia attività con il CISDAE iniziai ad occuparmi della spedizione del K2 del 1954, avendo anche accesso per 6 mesi ai documenti della spedizione. Nel 94 facemmo una grande mostra che portammo anche a Islamabad con la presenza di Compagnoni e Lacedelli. Questa iniziativa ha avuto una coda recente con l’allestimento di una mostra al Trento Film Festival dove, oltre alla conosciuta narrazione alpinistica, abbiamo evidenziato l’innovazione tecnologica che ha innescato la spedizione (studi sulle calzature, primi piumini, bombole di ossigeno derivate dall’industria bellica etc…), le implicazioni e i notevoli retroscena politici ed economici dell’impresa con il governo del Pakistan nonchè l’impatto che la spedizione ha avuto in termini di immagine e interesse sull’Italia di quel tempo.
Mi piace anche menzionare l’ultimissima avventura all’interno di un’ottima redazione capeggiata da Enrico Regazzoni, che è stato anche l’iniziatore degli inserti del quotidiano Repubblica. Abbiamo realizzato una magnifica collana edita da Repubblica e National Geographic, dedicata prima alle montagne italiane e proseguita poi con le grandi montagne del mondo.
Una bellissima esperienza, con il supporto di un apparato fotografico di prim’ordine e grandi firme della cultura appassionate di montagna.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere tutti i più grandi alpinisti tra cui Bonatti di cui sono diventato amico. Con lui sono stato due volte in Patagonia alla fine degli anni 90 dove abbiamo girato un film sulle orme di Padre Alberto De Agostini, rievocando le sue esplorazioni in Patagonia e nella Terra del Fuoco. Fu una straordinaria avventura in cui ebbi la fortuna di viaggiare ed esplorare quei luoghi insieme a Bonatti senza i vincoli che gravano sui normali turisti.

Due terzi del territorio italiano è legato alle montagne ma oggi appare marginale, sei d’accordo con questa osservazione? Con quali occhi bisogna guardare alla montagna e ai suoi problemi? Vedi motivi di cambiamento?
Le Alpi e soprattutto la dorsale appenninica sono state la culla della civiltà italica, gran parte della popolazione proviene storicamente dal mondo alpino.
Oltre a ragioni storiche ben note, oggi la marginalità deriva in parte anche dal fatto che ognuno in montagna coltiva il proprio orticello, mancano esperienze comunitarie come ad esempio quelle delle valli di Fiemme e Fassa in provincia di Trento dove da secoli ci sono fondi e boschi indivisi.
Dopo il grande spopolamento che è avvenuto dal dopoguerra alla fine degli anni settanta oggi l’emorragia demografica si è di fatto fermata. C’è un parziale ritorno alla montagna, a macchia di leopardo, da parte di giovani prevalentemente figli o nipoti di valligiani che in alcuni casi provano a fare il lavoro dei nonni o dei bisnonni però applicando nuove tecnologie.
E’ una possibilità, alternativa alla ricerca del lavoro nelle città, spesso raggiunto in tarda età con stipendi più che modesti.
Il tentativo è quello di dare un orizzonte diverso alla propria vita sapendosi adattare e confrontare con la comunità esistente.
Io sono convinto che in futuro si ricreerà una nuova società alpina ma sarà a maglie larghe con le persone in connessione tra loro. Questo fenomeno potrebbe essere facilitato dalla crisi climatica che potrebbe favorire il ripopolamento della montagna.
Ci sono già alcuni casi positivi quali Rore in Val Varaita od Ostana in Val Po, quest’ultima favorita da un’amministrazione intelligente e attenta.
Oggi un’industria di piccole dimensioni in montagna è possibile, vedi l’esperienza fatta in Austria e in Baviera dove il ripopolamento è già avvenuto.

Mi ha particolarmente colpito uno dei tuoi libri recenti. Si tratta di  “Forse lassù è meglio – Cronache da un mondo sospeso”. Ce ne parli?
E’ un libro nato da appunti che ho segnato nel tempo su un taccuino.
Alcune parti del libro erano già state pubblicate sulla rivista del CAI.
Sono sedici racconti che descrivono momenti, sensazioni, incontri che mi avevano colpito. Un viaggio nel cuore della montagna, tra le valli cuneesi e quelle del settore alpino più meridionale della provincia di Torino.
Ci sono storie vere, opportunamente delocalizzate per motivi di privacy. Scampoli di esperienze e di vite vissute.
Alcuni racconti strizzano l’occhio alla speranza e al rinnovamento, senza rinunciare a riflettere sul passato ed evitando di dimenticare il presente.

Mi sembra di grande rilievo l’iniziativa denominata “La montagna che cura”, il podcast che hai realizzato insieme a Luca Calzolari e che invita alla scoperta delle esperienze italiane di montagnaterapia. Di cosa si tratta?
La montagna che cura è stata un’esperienza molto arricchente, alle prime registrazioni del podcast mi sono letteralmente innamorato del tema.
E’ un’alchimia che funziona in quanto si crea una specie di bolla che include psichiatri, medici, infermieri, accompagnatori e pazienti.
Le uscite in montagna hanno coinvolto ragazzi di unità psichiatriche e diversamente abili, ex tossicodipendenti, ragazzi diabetici e giovani che hanno subito mutilazioni.
Un’esperienza che è durata più di un anno, faticosa ma enormemente coinvolgente e toccante dove si raccontano le cure basate sul potere trasformativo della montagna.
Mettendo a contatto i pazienti con le difficoltà della montagna si fanno riaffiorare le abilità sopite, il coraggio, l’umanità e la voglia di vivere che queste persone meno fortunate spesso dimenticano offuscate dai loro gravi problemi.
Ricordo ancora il giorno in cui ho scoperto che una ragazza priva di un braccio era riuscita a scalare il Campanile Basso (la via normale presenta difficoltà di IV+, molto esposta – ndr), coadiuvata dalle guide che accompagnavano il gruppo dei disabili.

Personalmente credo molto nell’affiancare l’approfondimento culturale, storico e naturalistico agli itinerari escursionistici. Spesso la scelta delle escursioni proposte da Cammino Libero è influenzata non solo dalla bellezza dei panorami e dei percorsi ma soprattutto dalla possibilità di narrare aneddoti, resoconti, storie dei luoghi attraversati che arricchiscono l’esperienza escursionistica.
Cosa ne pensi di questo approccio?
Penso che la montagna sia uno scrigno, un magazzino enorme di storie che vanno condivise con coloro che scelgono di affrontare gli itinerari escursionistici.
A titolo di esempio cito il caso dell’esperienza Walser nel nord del Piemonte e Valle d’Aosta.
Un’avventura straordinaria, una migrazione verticale in alta montagna che ci ha lasciato la testimonianza di una cultura e tradizioni di insediamenti stabili autosufficienti che potevano essere realizzati anche a 2.000 metri di altezza.
Nel medioevo le montagne erano luoghi di passaggio, i grandi lavori di infrastrutturazione agricola della montagna sono stati fatti nel basso medioevo.
Mentre nelle pianure avevamo i servi della gleba in montagna si adottavano soluzioni che permettevano lo sviluppo agricolo e per alcuni l’espansione dei commerci favorendo anche una discreto benessere raggiungendo vertici di civiltà superiori a quelli delle pianure.
Studiare quella cultura permette di scoprire e diffondere una storia ai più sconosciuta.
E cosa dire rispetto al cosiddetto “paradosso alpino” nelle valli occitane? I precettori arrivavano dalla montagna a insegnare in pianura, non viceversa.
La montagna devi saperla interrogare e ascoltare, le storie che ci può raccontare sono infinite.

Quali sono gli itinerari escursionistici che ci puoi suggerire, dall’alto della tua esperienza e conoscenza delle nostre valli e montagne?
Lasciando il gusto della scoperta, indicherei le zone e i luoghi che prediligo.
Inizierei dalla Val Gesso, il parco e la zona partendo da S. Anna. Montagne dove è facile trovare camosci anche a bassa quota.
La Val Maira, che ha vissuto la vicenda straordinaria dei tedeschi, gli Schneider, capitati per caso in Val Maira nel luglio 1980 e fautori della rinascita e valorizzazione della valle facendola scoprire a molti amici e conterranei.
La zona intorno al Monviso, passando anche sul versante francese (Mantovani ha anche scritto “Monviso, l’icona della montagna piemontese – ndr).
Il Queyras, con particolare menzione della conca del Ceillac.
Molti angoli nascosti della Val Pellice, la Val Chisone con la sua storia militare.
La parte alta della Valle Orco, tra antiche leggende e itinerari mozzafiato.
Altra zona imperdibile è la Val d’Ossola ai piedi del Monte Rosa.
Infine la Valsesia con il mondo Walser di cui abbiamo parlato.

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