STEFANO FENOGLIO – PROFESSORE ORDINARIO, ESPERTO DI ECOSISTEMI FLUVIALI
Stefano Fenoglio ha frequentato i fiumi fin da bambino, nel tempo osservandoli e studiandoli ha sviluppato una profonda conoscenza abbinata a una viscerale passione che lo qualificano come uno dei massimi esperti di ecosistemi fluviali in Italia.
Nei suoi libri ha indagato il rapporto tra gli uomini e i fiumi e ha affrontato con la sua ultima pubblicazione il tema delle alluvioni, argomento sempre più attuale e critico.
Nato a Bagnolo Piemonte (Cuneo) nel 1970, Stefano Fenoglio ha conseguito la laurea con lode in Scienze naturali nel 1993 presso l’Università degli Studi di Torino e il titolo di dottore di ricerca in Scienze ambientali – Acque interne e agroecosistemi nel 2002 presso l’Università del Piemonte Orientale. È autore di oltre 200 lavori scientifici e primo autore dei testi universitari Lineamenti di ecologia Fluviale (DeAgostini Scuola, 2009) e Ecologia fluviale (UTET, 2019).
Professore ordinario presso l’Università degli Studi di Torino, DBIOS, è cofondatore del Centro per lo Studio dei Fiumi Alpini (ALPSTREAM/Parco del Monviso). Svolge numerose attività didattiche presso diversi atenei italiani ed esteri ed è frequentemente ospite di programmi tv e giornali quando si parla di siccità, alluvioni, emergenze idriche. Le sue ricerche si incentrano soprattutto sugli ecosistemi fluviali.
Per Rizzoli ha pubblicato nel 2023 Uomini e fiumi. Storia di un’amicizia finita male e nel settembre del 2025 Ed ecco, io vi manderò il diluvio. Come le alluvioni hanno plasmato l’umanità.
I fiumi hanno un nome da tempo immemore, segno di un’amicizia con l’uomo che poi è finita male come racconti nel tuo primo libro “Uomini e fiumi”. Che significato ha affermare che i fiumi hanno plasmato il nostro territorio e la nostra crescita culturale?
In primo luogo i fiumi sono tra i primi elementi del territorio a cui abbiamo dato un nome perché noi diamo un nome alle cose che ci servono, che riteniamo importanti.
Le montagne, a titolo di esempio, hanno dei nomi molto più recenti salvo rare eccezioni. I fiumi sono tra i primi elementi individuati quando si è cominciato a realizzare le carte geografiche, infatti molti nomi dei fiumi sono preromani.
I fiumi hanno plasmato il territorio perché sono uno degli agenti modellanti. Hanno plasmato anche la nostra società tanto è vero che ancora oggi viviamo in società “idrauliche”, società stanziali basate sulla produzione di cibo, basate sull’agricoltura e il commercio. I fiumi hanno favorito la nascita di insediamenti stabili che nel tempo si sono trasformati in grandi città.
I fiumi sono una parte infinitesimale dell’acqua del nostro pianeta ma rappresentano per noi la vita, sono sistemi ecologici di cui non possiamo fare a meno.
Li utilizziamo per bere, per irrigare, per eliminare gli scarti dei depuratori, sono i sistemi ecologici da cui dipende il nostro benessere.
Com’è oggi la nostra relazione con i fiumi?
La nostra relazione con i fiumi oggi è purtroppo quasi inesistente. A me capita spesso di fare interventi didattici nelle scuole, quando chiedo agli studenti il nome del fiume che attraversa la loro città la maggior parte di loro non lo sa.
Abbiamo dimenticato l’importanza dei fiumi, li prendiamo in considerazione solo quando c’è una alluvione, quando i fiumi sono in secca oppure quando scopriamo che sono inquinati.
Abbiamo perso il rapporto continuo, capillare con gli ambienti fluviali che abbiamo avuto per millenni. In passato si interveniva sui corsi d’acqua con intelligenza e razionalità. Oggi prevale quasi esclusivamente la logica del business, l’antropizzazione degli ambienti fluviali determina molteplici effetti negativi tra cui il danneggiamento degli ecosistemi e della biodiversità e gli impatti devastanti durante le piene legati all’alterazione della morfologia dei corsi d’acqua e la costruzione di edifici negli alvei.
La situazione che hai descritto relativa allo stato di salute dei fiumi è la stessa in tutte le parti del pianeta o ci sono zone ancora intatte?
Maggiore è la pressione dell’uomo su un territorio maggiore è l’alterazione dei sistemi fluviali. In molte zone dell’Europa, India, Asia e Stati Uniti il carico antropico è molto elevato determinando situazioni molto degradate.
In alcune parti del Sud America e Asia Centrale c’è una minore presenza dell’uomo e quindi fiumi meno compromessi.
In Europa i fiumi più intatti sono quelli dei Balcani, è qui che scorrono gli ultimi fiumi naturali. Si parla infatti del cuore blu dell’Europa che ospita la maggiore biodiversità e integrità morfologica. Sono sistemi fluviali strenuamente difesi da una campagna internazionale che si chiama Save the Blue heart of Europe.
Come è nata l’idea del tuo secondo libro appena pubblicato da Rizzoli “Ed ecco, io vi manderò il diluvio” dopo l’esperienza del primo dove hai indagato il rapporto tra uomini e fiumi?
L’idea è nata da un paio di fattori.
Il primo, un po’ inaspettato, è dipeso dalle numerose domande e dal grande interesse sul tema alluvioni riscontrato durante gli incontri in cui avevo promosso il mio primo libro Uomini e fiumi.
Il secondo elemento che mi ha spinto a concordare con l’editore (Rizzoli, n.d.r.) la realizzazione di Ed ecco, io vi manderò il diluvio deriva dall’esperienza gratificante che ho vissuto scrivendo il primo libro. Curiosità, attitudine a consultare una ricca bibliografia e notti insonni hanno fatto il resto!

Nel libro tu sostieni che l’uomo è una specie fluviale e quindi le alluvioni sono un fattore esistenziale della nostra esperienza. Si tratta di andare oltre il Mito del Diluvio?
Il 90% della popolazione mondiale vive a pochi chilometri da un fiume. La mia interpretazione, un po’ l’asse portante del libro, è che non occorre scomodare divinità, alieni, Atlantide etc… per spiegare le alluvioni.
L’uomo, evolvendo dal ruolo del cacciatore, ha deciso nel passato di vivere vicino ai fiumi coltivando i terreni. Nelle mitologie e nel corredo religioso delle popolazioni di coltivatori le alluvioni sono pertanto diventate un fattore esistenziale.
E’ corretto associare l’aumento di precipitazioni estreme e i conseguenti dirompenti fenomeni alluvionali degli ultimi anni con il cambiamento climatico ?
Io non sono un climatologo, sul tema del cambiamento climatico tendo ad affidarmi agli esperti della materia.
I climatologi, nella quasi totalità, concordano sul fatto che stiamo vivendo una fase di rapido cambiamento climatico, con un impatto evidente su vari ambiti, in particolar modo sugli ambienti fluviali.
Stiamo osservando, soprattutto negli ultimi anni, variazioni significative dell’andamento delle precipitazioni e delle temperature nonché dei processi di evaporazione.
Le portate dei fiumi, cioè la quantità di acqua che scorre negli alvei, sono strettamente correlate a questi fattori e alla loro estremizzazione e si stima che la situazione peggiorerà nel futuro.
Sempre più spesso si alternano brevi e violente alluvioni a lunghi periodi di siccità (vedi i periodi di siccità particolarmente gravi in Piemonte nel 2022 e nel 2023). L’impatto può essere drammatico, a titolo di esempio segnalo gli effetti della carenza idrica sulla qualità dell’acqua durante i periodi di siccità con la mancata diluizione dei reflui che escono dai nostri impianti di depurazione, con il risultato di un aumento significativo delle sostanze tossiche e/o agenti microbiologici (come la Salmonella) sul nostro territorio.
Altro esempio attinente le fortissime piogge e la relativa furia delle acque sono i recenti accadimenti nell’Alessandrino nella seconda metà di settembre. A Pareto la precipitazione media in un anno è di 1.100 mm di acqua. Pochi giorni fa sono caduti 300 mm in un solo pomeriggio!
Oltre al cambiamento climatico ci sono anche cause che agiscono a livello locale. Ce ne parli?
I problemi legati al cambiamento climatico si sommano al fatto che noi abbiamo iniziato ad alterare pesantemente gli ecosistemi fluviali restringendo e verticalizzando il loro corso con l’effetto indotto di aumentare pressione e velocità dell’acqua durante le piene.
I fiumi hanno un andamento sinuoso, formano anche grandi meandri. L’uomo nei secoli ha iniziato a raddrizzare i fiumi naturali (il Po, ad esempio, nel tratto compreso tra la confluenza con lo Scrivia e Cremona, in trent’anni si è accorciato di oltre diciotto chilometri). Rettificando un fiume ne aumentiamo la velocità ed è quest’ultima, cioè l’energia dell’acqua, l’elemento che spaventa di più durante le alluvioni.
Alla rettifica del percorso del fiume si aggiunge spesso il restringimento della sezione incrementando ancora di più il problema della velocità.
Non contenti siamo anche riusciti a costruire nelle zone di pertinenza fluviale.
Durante il servizio militare svolto negli Alpini, fui coinvolto nelle operazioni emergenziali a seguito dell’alluvione del Tanaro che nel novembre del 1994 causò quasi 70 morti nelle province di Torino, Asti, Alessandria e Cuneo.
Fui sorpreso dal fatto che i paesi vecchi non erano stati coinvolti dalla piena mentre le nuove costruzioni, spesso realizzate in alveo nel secondo Dopoguerra, erano sott’acqua. La logica del business, aveva in quegli anni spinto moltissime amministrazioni a concedere permessi di costruzione negli alvei, una scelta profittevole nel breve periodo ma spesso disastrosa nel lungo.
Un bel proverbio toscano dice “Il fiume non vende, affitta”, ti affitta la zona dove hai costruito ma può decidere di riprendersela.

L’ultimo capitolo del tuo libro si intitola “Dove si vede che nulla è perduto”. Ma allora c’è speranza?
Certo, partendo dal presupposto che per affrontare un problema bisogna anzitutto riconoscerne l’esistenza. Ciò è legato alla necessità di dare voce e fiducia ai tecnici che studiano e affrontano i problemi ritornando a una programmazione territoriale e a una gestione sostenibile del territorio con prospettive di lungo periodo, non legate alle prossime scadenze elettorali.
Nulla è perduto se smettiamo innanzitutto di costruire in alveo e nelle zone di pertinenza fluviale e, dove necessario, iniziamo a rinaturalizzare, cioè rendere meno artificiale il percorso del fiume, ad esempio rimuovendo barriere, dighe, traverse che hanno perso qualsiasi utilità.
E’ importante riqualificare i reticoli idrografici recuperando anche la biodiversità dei nostri sistemi fluviali.
Un modo per diminuire il rischio legato alle alluvioni è realizzare casse di espansione, aree realizzate per “stoccare” temporaneamente una parte dell’onda alluvionale. Di pari passo è necessario aumentare i sistemi di previsione e allerta, con la possibilità di evacuare preventivamente alcune zone. A tal fine fondamentale è l’utilizzo e quindi l’incremento delle stazioni idrometriche.
Infine non trascurerei l’importanza della formazione scolastica e civica sui comportamenti da evitare in caso di alluvioni.
Stefano, tu sei cofondatore di Alpstream, il Centro per lo studio dei fiumi alpini. Ci parli di questa iniziativa e dei risultati delle ricerche svolte dal Centro?
L’iniziativa è nata sul territorio del Parco del Monviso grazie a un progetto dell’Università di Torino e il Politecnico di Torino.
Il Centro è vicino alle sorgenti del Po, il più grande e iconico fiume in Italia, logisticamente ha sede ad Ostana.
La prima missione del Centro è didattica, noi portiamo gli studenti sul campo per studiare la biodiversità dei fiumi alpini, misurare i parametri (velocità, portata etc…), valutare l’impatto antropico sui fiumi alpini.
Il secondo obiettivo è la ricerca, abbiamo un laboratorio di ecoidraulica con dei mesocosmi che servono per simulare un fiume alpino. Sono sei strutture lunghe venticinque metri in metallo in cui ricreiamo l’habitat di un fiume alpino. Grazie a questa struttura possiamo simulare ad esempio l’impatto delle secche sulla biodiversità, l’impatto di un’alluvione o altri fenomeni legati ai fiumi alpini.
La terza missione è la divulgazione, dedichiamo molto tempo alla diffusione e promozione di questi argomenti. L’Università a mio parere deve fare molta divulgazione, cioè parlare anche alla gente, fuori dalle aule. Per questo vi ringrazio per questa e simili iniziative.

C’è un fiume a cui sei particolarmente affezionato e perchè?
Il Po sicuramente è sempre stato “il fiume” anche se da piccolo con mio nonno ho frequentato molti altri corsi d’acqua.
Un fiume bellissimo che ho avuto la fortuna di conoscere è il Rio San Juan in Centro America, un fiume enorme pieno di vita che scorre nella foresta tropicale e che ha la particolarità di essere risalito dagli squali. Ci sono altri fiumi bellissimi in Italia, tra questi il Lao nel Parco Nazionale del Pollino in Calabria.
FRANCO FAGGIANI – GIORNALISTA, SCRITTORE
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